UniversitĂ  italiane e straniere: il parere di Cristina Messa, unico rettore donna a Milano

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​Qualche giorno fa abbiamo letto un articolo molto interessante che riportava l‘intervista a Cristina Messa, unico rettore donna a Milano, alla guida di un ateneo giovane dove le donne sono la maggioranza e fanno la differenza. Il post metteva in luce l’efficacia del suo rettorato in Bicocca e il bilancio è senza dubbio positivo per tre aspetti.

Prima di tutto, il posizionamento nelle graduatorie nazionali e internazionali per l’attività di ricerca: su 14 dipartimenti, 11 sono stati in grado di partecipare alla cosiddetta “finanziaria” destinata ai dipartimenti scientifici, e 8 hanno vinto. Sono dipartimenti di eccellenza e questo non è solo il riconoscimento di una buona qualità, ma anche il fatto che nei prossimi 5 anni ci sarà un grosso progetto di ricerca che ha la sostenibilità per 5 anni e che può veramente avere molte ricadute sia sulle ricerche che sugli studenti.
ll secondo punto è il continuo aumento degli studenti: “io penso che in Italia dovremmo riuscire ad attrarre e a laureare un maggior numero di giovani se vogliamo essere competitivi con il resto del mondo. Il numero dei nostri laureati 25-34 anni percentualmente è fra i piĂą bassi in Europa. Il nostro aumento è piccolo, perchĂ© noi non possiamo prendere piĂą studenti per problemi di spazio e numero di docenti, ma la richiesta è altissima in tutti i settori non solo le materie scientifiche ma anche quelle umanistiche. Credo sia perchĂ© abbiamo cercato di dare un’immagine dinamica, rinnovandoci negli aspetti comunicativi e poi grazie alla qualitĂ  dei corsi naturalmente”.
Terzo aspetto è il trasferimento tecnologico e la valorizzazione della ricerca: “su questo davvero abbiamo fatto tantissimo. Abbiamo costituto con altre due universitĂ , Pavia e Bergamo, una fondazione che si chiama University for innovation che è proprio dedicata al trasferimento tecnologico.”

Quello che però ci ha colpito e che riportiamo di seguito è il suo pensiero sulle Università italiane se paragonate a quelle straniere.

Perché le università italiane sono pochissimo presenti nei ranking internazionali?

Sicuramente dipende dai criteri utilizzati. Ci sono criteri in cui siamo scarsi effettivamente, come il numero di premi Nobel, un settore in cui siamo sicuramente deficitari ma ce ne sono altri che ci penalizzano, come  il rapporto fra investimenti e benefici, vista la nostra capacità di investimenti molto bassa, e anche il numero di studenti per docente: le università anglosassoni hanno questo modello di pochissimi studenti per ogni docente che da noi  non c’è. E poi c’è un’altra cosa: se mettessimo insieme due o tre università grosse e forti, sicuramente saremmo in alto nei ranking: il modello italiano è fatto anche di piccoli atenei, e questo ci penalizza. Serve più concentrazione e meno frammentazione, quando si crea una nuova università ci devono essere solide basi altrimenti è solo un’operazione politica, in questa epoca in cui mancano le risorse e la tecnologia ha trasformato il mondo.

Perché secondo lei in Italia ci sono pochi laureati?

Un po’ dipende dal nostro sistema: noi non abbiamo le lauree professionalizzanti, quelle che in Germania si chiamano Fachhochschulen, super tecniche. E poi non dobbiamo dimenticare le nostre origini: in Italia veniamo da una storia di analfabetismo in Italia. E se contiamo in assoluto il numero di laureati, sono aumentati anche in Italia ma se ci paragoniamo con il resto d’Europa siamo rimasti indietro, soprattutto da un certo momento in poi, una decina di anni fa, quando negli altri paesi c’è stato un forte aumento.

Che cosa pensa della politica nazionale per l’università? 

Una decisione molto importante è stata quella di farle valutare da un ente esterno, e anche se non è un sistema perfetto ha permesso di superare il sistema dell’autoreferenzialitĂ  che ha fatto male e continua a fare male all’universitĂ . Questo sistema di valutazione esterna ci ha molto giovato. D’atra parte però c’è il problema che tutto è sottofinanziato e quindi le poche risorse devono essere gestite ancora meglio che se fossero tante, selezionando bene. Non si può fare tutto e c’è sempre qualcosa a cui rinunciare per esempio aumentare le classi di studenti, perchĂ© non abbiamo abbastanza docenti. Faccio un esempio: tutti vogliono fare informatica, perchĂ© non ancora finiti i tre anni si trova lavoro, ma io non ho disponibilitĂ  ne’ di aule ne’ di docenti per poter prendere tutti gli studenti che vorrebbero. Sono lo Stato e la Regione che dovrebbero investire. Oltre che in docenti, si dovrebbe investire nell’edilizia universitaria. Qui siamo messi bene, perchĂ© l’UniversitĂ  ha solo 20 anni, ma altrove le sedi sono in edifici antichi, patrimoni storici che cadono a pezzi, sono almeno 10 anni che non si fanno investimenti per interventi sugli edifici.

Che cosa pensa dell’idea di abolire il numero chiuso?

E’ una questione da studiare: in linea di principio sono d’accordo di accogliere il maggior numero possibile di studenti, ma bisogna lavorare meglio sull’orientamento perché sono risorse sprecate se apriamo a tutti e dopo 6 mesi il 50% se ne va. E poi occorre mantenere elevata la qualità: questi parametri, che non puoi avere tot studenti se non hai abbastanza professori, si basano sul presupposto che gli studenti li devi seguire non cacciare a casa a studiare con la telematica:  certo, le tecnologie vanno usate, cosa che abbiamo fatto molto in questo ateneo, ma devi avere un numero di docenti adeguato. E non si risolve il problema con persone esterne e professori a contratto: lo zoccolo duro dell’Università è la ricerca. Quello che non dedichiamo all’insegnamento, lo dedichiamo alle ricerche e quello che insegniamo deriva dalle nostre ricerche.

tratto da AGI, gennaio 2019

Abbiamo reputato utile riportarvi il punto di vista di una così autorevole voce del settore proprio perchè parlando con gli studenti e con le loro famiglie, notiamo che chi ha un’ottima conoscenza della lingua inglese può prendere in esame la possibilitĂ  di frequentare l’UniversitĂ  all’estero.

In Italia abbiamo Atenei prestigiosi e docenti preparati, ma avendo una carta da giocarsi in piĂą varrebbe la pena affacciarsi oltre le Alpi, non credete?